V domenica di Quaresima

 
 

A cura della Fraternità della Trasfigurazione

La Pasqua si avvicina e la liturgia odierna ci presenta il brano dell’adultera, in cui assistiamo a una sorta di doppio processo: quello a cui gli scribi e i farisei vorrebbero fosse sottoposta la donna e quello a Gesù, anticipo del grande processo da lui subito all’inizio della passione. Per gli avversari del Signore, quindi, la peccatrice non è altro che uno strumento la cui funzione è di permettere loro il raggiungimento del vero scopo: “metterlo alla prova e… avere motivo di accusarlo”. E proprio come un oggetto essa viene collocata nel mezzo della scena senza alcun rispetto per la sua dignità di persona, benché colpevole. A questa posizione centrale a cui gli scribi e i farisei la costringono corrisponde un movimento della loro interiorità: sulla donna, infatti, essi sembrano proiettare tutto il male presente dentro di loro ed ella diventa così il bersaglio – come lo sarà più tardi Gesù – su cui gettare le pietre dei loro peccati personali, illudendosi così di affrancarsi dalle loro colpe. Con questo duplice escamotage essi tenteranno di liberarsi contemporaneamente di due avversari: quello esterno, il Cristo, considerato come il nemico da eliminare, e quello interno, il peccato personale che non vogliono riconoscere. Gesù reagisce chinandosi e mettendosi a scrivere con il dito per terra. Molte ipotesi sono state fatte un merito alle possibili parole da lui tracciate sul suolo, ma di nessun contenuto possiamo essere certi; è, dunque, più opportuno focalizzarsi sul gesto e sul silenzio altamente significativi. Essi rappresentano, infatti, una sorta di pausa, una presa di distanza rispetto al clamore precedente; agli intrighi di scribi e farisei si contrappone così la sublime regalità del Signore, che non sente il bisogno né di difendere sé stesso né di accusare la donna. Possiamo tuttavia immaginare che, nel momento in cui egli alza il capo per pronunciare le tanto attese parole, ella avrà provato un ulteriore sussulto di terrore di fronte a una possibile condanna a morte; colui che parla, infatti, è un uomo, proprio come il marito da cui non si sentiva amata, come l’amante che, fuggendo, ha pensato solo alla propria salvezza e come quegli uomini intenzionati a lapidarla. Inaspettatamente, però, le parole di Gesù si orientano in tutt’altra direzione: il bersaglio non è più lei, poiché ciò che egli vuole colpire è l’interiorità dei suoi accusatori i quali, dopo aver reso quella donna l’oggetto delle loro accuse, ora sono obbligati a rientrare in sé stessi; solo così potranno rendersi conto di come, prescindendo dalla forma che il male può assumere, il peccato dell’adultera è anche il loro. A questo punto la scena cambia completamente: da una parte gli scribi e i farisei, i quali non possono che allontanarsi, e dall’altra la donna non più circondata dai suoi accusatori ma invitata a un dialogo tra due persone. Sono parole di perdono e di giustificazione quelle che Gesù le rivolge, a cui segue, ancor prima dell’ammonimento a non peccare più, l’invito ad andare. “Va’” è la chiamata che il Signore indirizza non solo all’adultera ma anche a ognuno di noi: la vita cristiana, infatti, è proprio questo andare, questo camminare per entrare nel dinamismo dell’amore, lasciando che lo Spirito Santo ci guidi, ci trasformi e, come dice la colletta, faccia fiorire nel nostro cuore “il canto della gratitudine e della gioia”.