Cristo, orizzonte della vita – XVIII domenica tempo ordinario

 
 

Tutti e quattro gli evangelisti riportano l’evento straordinario della prima moltiplicazione dei pani, classificato dagli esegeti nel genere letterario dei «miracoli di donazione».
Il racconto evangelico è modellato su un miracolo analogo operato da Eliseo (2 Re 4, 42-44), che presenta numerosi tratti affini seppure su scala ridotta: il profeta sfamò cento uomini con venti pani; Gesù con cinque pani e due pesci saziò «cinquemila uomini, senza contare donne  e bambini» (v. 21). 
Che cosa vogliono svelarci i differenti miracoli operati da Gesù? Che cosa vuole comunicare il Dio che si avvicina nella persona di Gesù? Qual è il viso del Dio annunciato nel Vangelo attraverso il linguaggio usato dai racconti di miracoli? 
Se la guarigione segnala il passaggio da un’esistenza compromessa e sminuita a una pienezza di vita come Dio la vuole, che consiste in una restaurazione della relazione con Lui e nella reintegrazione all’interno della comunità umana, esiste una differenza nel miracolo operato sulla natura come la moltiplicazione dei pani? Evidentemente sì! 
È  un miracolo, questo, che esprime la certezza di Dio che regna sul cosmo e che l’ultima parola pronunciata sul mondo non appartiene al male, ma a Dio stesso. Il pane in abbondanza segnala che lo scopo della creazione è di essere spazio per una vita segnata dal sigillo della gioia, dell’abbondanza, della pienezza. In questo caso specifico il miracolo assume il significato di una teofania a favore soprattutto dei discepoli, ancora dubbiosi, per aiutarli a superare ogni incertezza sul potere soprannaturale di Gesù e per spronarli a spartire con gli altri i doni ricevuti, evitando il facile ripiegamento su se stessi. Infatti essi costituivano i suoi collaboratori per la nascita della comunità messianica, fondata sul comandamento dell’amore.
Il deserto in cui Gesù si era ritirato, invece, diventa quel deserto dei cuori che ha richiesto a Gesù e ai suoi discepoli di coinvolgersi ancora di più. Gesù non intende solo sfamare la folla ma, come sempre, vuol creare e consolidare la comunione affinché non ci si disperda in mille sogni e desideri effimeri che non saziano mai, scambiando la fede con stati d’animo oscillanti, rischiando di non assumersi le proprie responsabilità.
Anche oggi il carico di sofferenza e di bisogni della folla rimane una domanda aperta, tra i flutti di una storia che vuole risucchiarla con le sue contraddizioni e angosce… L’apostolo Paolo ci ricorda vivamente in questo caso: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo?». Se la nostra vita può inaridirsi per la “fame” o per il dolore di una grande perdita, resta un invito ancora valido del profeta Isaia: «Perché spendete denaro per ciò che non è pane?». Il vero pane che non deve mai mancare è l’ascolto della Parola di Dio che nutre e consola. Il salmo 139 lo attesta mirabilmente, rendendo ragione della onnipresenza di Dio: «Signore tu mi scruti e mi conosci… Per te la notte risplende come il giorno, le tenebre sono come luce». 
Questa è la scoperta grata e commossa dell’essere sorpresi e raggiunti da una Presenza che dà alla vita un nuovo orizzonte e la direzione decisiva (cfr. Benedetto XVI, Lett. Enc. Deus Caritas est).
Non spaventiamoci se a volte la nostra invocazione può essere: «Sono solo un uomo, ho bisogno di segni visibili; il costruire scale di astrazioni mi stanca presto… Capisco però che i segni possono essere soltanto umani. Desta dunque un uomo, in un posto qualsiasi della terra» (Czeslaw Milosz).