XXVI domenica del Tempo ordinario

 
 

A cura della Fraternità della Trasfigurazione

La parabola di oggi presenta un aspetto comune con quella di domenica scorsa: ci troviamo di fronte al proprietario di una vigna che invita altri – in questo caso i figli – ad andare a lavorare nel suo terreno. Anche questa volta è presente un personaggio in cui è adombrata l’immagine di Dio e il cui desiderio è di rendere partecipi altri di quanto gli sta a cuore. Questi “altri” ricevono un invito, sono chiamati a condividere, a diventare con-creatori. Il padrone, inoltre, non li considera alla stregua di schiavi e nemmeno di operai; egli li interpella come figli, riconoscendo la loro dignità, e li invita a partecipare alla sua volontà di bene: lo sviluppo, la crescita della vigna. Del secondo figlio non viene descritto il vissuto interiore, ma solo la reazione immediata: una risposta positiva, senza previa valutazione, senza ascolto dei propri desideri a cui, tuttavia, non seguirà alcuna azione concreta. Del primogenito, invece, viene delineato un piccolo percorso di discernimento: la sua reazione iniziale è immediata, come quella del fratello. Essa non si basa, però, su di una adesione superficiale all’invito del padre, ma sul proprio sentire: “Non ne ho voglia”. Subito dopo, però, avviene un ripensamento, una valutazione della risposta data; essa comporta non solo un cambiamento di opinione ma anche un pentimento che sfocia poi in un’azione: dopo aver detto di no, egli va a lavorare nella vigna. Vengono in mente le parole di Matteo al capitolo 7 del suo Vangelo: “Non chi dice: «Signore, Signore» entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del padre Dio che è nei cieli” (Mt 7,21). Le parole non contano nulla se non si incarnano, se non diventano azione, impegno. “Il bene è sempre concreto”, diceva un filosofo. Tutti siamo chiamati a essere figli, ma dobbiamo anche diventarlo attraverso l’adesione personale a questo dono, grazie al nostro coinvolgimento concreto, partecipando alla volontà di bene del Padre; è questo, e non il consenso apparente, che crea la relazione con lui e tra di noi, proprio come disse Gesù: “Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli e per me fratello, sorella e madre” (Mt 12,50). “Chiunque fa”: in questo “chiunque” si collocano, quindi, dei presenti e degli assenti. Sono assenti proprio coloro a cui Gesù sta rivolgendo queste parole: i capi dei sacerdoti e i capi del popolo. Il regno di Dio sarà invece aperto ai pubblicani e alle prostituite non in base a una particolare preferenza di Gesù nei loro confronti, ma a causa del loro atteggiamento di conversione da cui sfociano comportamenti del tutto diversi rispetto a quelli dei capi. Entrambe le categorie sono state testimoni della stessa realtà: le parole di Giovanni Battista. Le loro reazioni, però, sono state completamente opposte: i pubblicani e le prostituite vi hanno creduto e, come il primo figlio della parabola, si sono pentiti. È proprio questo ciò che ha permesso loro di accedere al regno. Gli altri sono stati dei semplici spettatori e non si sono coinvolti rispetto alla novità che Giovanni, il precursore, annunciava loro La parabola ci invita allora a collocarci tra coloro che possono fare ingresso nel regno, accogliendolo come un dono ma sapendo anche che per potervi entrare sono necessari pentimento e continua ricerca di una coerenza di vita.