XXVIII domenica del Tempo ordinario

 
 

A cura della Fraternità della Trasfigurazione

La parabola di oggi ha molti punti in comune con quella di domenica scorsa: anche qui troviamo un protagonista – in questo caso non è un padrone ma un re – il quale prende un’iniziativa; di lui sappiamo fin dall’inizio che ha un figlio, invia dei servi e incontra una notevole resistenza da parte della gente. Il contesto in cui si svolge la parabola è tuttavia diverso rispetto alla precedente: là si parlava della cura di una vigna, qui di un invito a nozze. Questa differenza mette maggiormente in risalto l’incomprensibilità della reazione: gli affittuari di domenica scorsa si sono lasciati condizionare dalla cupidigia, dal desiderio di possesso, ma di fronte al racconto odierno è più difficile comprendere la causa dell’opposizione: perché rifiutare un dono? Qual è il motivo che induce a rispondere alla bontà con la violenza? Un invito a nozze, infatti, è occasione per partecipare a una gioia, possibilità di godimento, di condivisione e di festa. La duplice reazione degli invitati stimola la riflessione e invita a interrogarsi in merito alla nostra possibile appartenenza a uno dei due gruppi. Coloro che non prendono in considerazione la proposta del re esprimono una tendenza del cuore umano: la predisposizione a circoscrivere la vita entro un orizzonte molto limitato, fatto di piccole cose, dove si hanno a cuore solo i propri interessi. La seconda categoria richiama l’atteggiamento oppositivo, arrabbiato e talvolta perfino distruttivo con cui reagiamo quando, non percependo l’amore dell’altro, interpretiamo i suoi inviti come imposizione e prevaricazione. Come nella parabola dei contadini omicidi anche in questo caso il re non si scoraggia: il bene, infatti, non pretende di essere ricambiato ma si offre senza misura. L’ascoltatore sarà forse impressionato dal castigo che questo sovrano infligge non solo ai colpevoli ma all’intera città. Si tratta probabilmente di un inserimento introdotto dall’evangelista, che blocca lo svolgersi lineare della parabola e in cui si fa riferimento a un fatto già verificatosi prima della stesura del Vangelo: la distruzione di Gerusalemme. Possiamo quindi non lasciarci impressionare da queste righe, ma considerarle come un’interpretazione suggerita dall’autore che osserva e valuta i fatti avvenuti alla luce della Parola del Signore. Dopo questo inserto, l’azione procede e così come l’uccisione dei servi nella parabola precedente non aveva fermato l’iniziativa del padrone, nello stesso modo il rifiuto non scoraggia il re: si tratta di un elemento che ne rivela il cuore magnanimo e generoso, soprattutto se lo paragoniamo agli atteggiamenti autoprotettivi con cui noi spesso reagiamo alle delusioni relazionali, alla mancata accoglienza e al rifiuto. Questo re, invece, è talmente indifeso che non solo ripropone l’invito ma evita anche di suggerire ai suoi servi qualche criterio di discernimento; egli chiama tutti, “cattivi e buoni”, senza porre alcun limite, tanto che la sala si riempie di commensali. L’accesso alla stanza del banchetto non comporta, tuttavia, il diritto di parteciparvi. È necessaria una risposta, si richiedono un’adesione e un impegno. L’abito nuziale può rappresentare proprio questa reazione positiva, questa partecipazione attiva a una vocazione che con il battesimo ci è stata offerta e rispetto alla quale non possiamo rimanere passivi. Il banchetto di nozze è la vita nuova a cui fin da ora siamo chiamati; a noi l’impegno di – come scriveva San Paolo – “rivestire l’uomo nuovo” (Ef 4,24), quello di figlio di Dio che aderisce all’invito del Padre.